
Sono le 23.55.
Lo diceva l’ultimo annuncio dato dal Bulletin of the Atomic Scientists di Chicago riguardo al Doomsday Clock,
l’orologio dell’apocalisse. Era a fine dello scorso gennaio. Chissà se
la lancetta è rimasta ferma nonostante le ultime tensioni
internazionali, soprattutto nel Medio Oriente e in Ucraina.
Eppure i fenomeni più inquietanti che influenzano l’orologio potrebbero
arrivare da più lontano, da un paese che pochi se l’aspetterebbero: il
Giappone.
Poco o nulla di ciò trapela, purtroppo, dalla
Dichiarazione di Pace di Hiroshima
che, come ogni 6 agosto, stamani veniva pronunciata dal sindaco Kazumi
MATSUI – del partito al Governo di Tokyo – alla commemorazione della
tragedia che rase al suolo la città e per questo la rese famosa in tutto
il mondo. La prima bomba atomica sganciata su un centro abitato uccise
140 o 150 mila persone in pochi mesi.
Sono passati 69 anni da allora e il totale delle vittime decedute si
avvicina alla soglia dei 300 mila (dei 350 mila che si sima vivessero a
Hiroshima all’epoca); ogni anno durante la cerimonia i nuovi fascicoli
con i nomi registrati vengono depositati nel memoriale con uno scritto
“Riposate in pace poiché non ripiamo l’errore”.

Non ripetiamo l’errore, appunto, della guerra. Per 69 anni, in effetti,
malgrado tutto, i giapponesi hanno perlomeno mantenuto questa promessa.
Se si considera il loro passato, non è poco.
Ora, invece, la promessa potrebbe venire a meno. Quest’anno molti
giapponesi stanno affrontando gli anniversari di Hiroshima e Nagasaki
con uno stato d’animo assai diverso dal passato. Perché?
Tutto è iniziato con l’insediamento dell’attuale governo nel dicembre
2012 guidato da Shinzo Abe, ultra-nazionalista e militarista che adora
il proprio nonno, Nobusuke Kishi. Kishi fu ex criminale di guerra di
classe A nella Seconda guerra mondiale che, nel pieno della guerra
fredda, rispuntò come Primo ministro per spingere il Giappone al riarmo
con la firma del trattato di mutua cooperazione militare con gli Stati
Uniti reprimendo le fortissime contestazioni popolari.
Per realizzare questo suo sogno di sempre, il nipote sessantenne sta
lavorando con una sbrigliatezza senza pari; forte della maggioranza
assoluta che vi dispone grazie all’alleato Komeito (della Sokagakkai),
saltando tutte le prassi parlamentari Abe ha cominciato a trasformare il
Giappone costituzionalmente pacifista che nega allo Stato il diritto di
belligeranza – più radicale della Costituzione italiana – in un Paese
“normale” che usa le armi all’occorrenza non solo propria ma anche dei
paesi alleati e le vende a volontà a chiunque.
Già a metà dello scorso giugno Abe aveva mandato il viceministro della
difesa all’Eurosatory di Parigi, la più grande fiera di armi nel mondo.
Il viaggio era per benedire una nutrita delegazione di gruppi
industriali giapponesi. Tra l’altro, tra le aziende figuravano
naturalmente i famosi tre costruttori di impianti nucleari, Hitachi,
Toshiba e Mitsubishi di cui Abe funge da instancabile promoter perché è
sempre in giro per il mondo per firmare degli accordi di esportazione e
collaborazione, dall’Europa all’ Asia e aell’America Latina, in barba ai danneggiati e ai dannati di Fukushima.

E l’energia nucleare gioca ancora un ruolo chiave, forse più che mai ora
che tutti i reattori sul territorio sono fermi e lasciano inutilizzata
una quantità esorbitante di plutonio – l’ingediente della bomba di
Nagasaki. Ciò risultava eccessivo anche per l’IAEA, che nella primavera
scorsa aveva scoperto l’omissione del governo giapponese nell’ultima
dichiarazione: di 640 kg di Plutonio con cui si potrebbero fabbricare
circa 80 bombe.
Ma tornando alle armi, insomma, l’Eurosatory era una specie di debutto
ufficiale del nuovo Giappone di Abe sul palco internazionale.
E come ha fatto Abe liberalizzare gli affari della guerra da un giorno all’altro?
Grazie alla sua grande capacità di dire bugie e di ignorare ogni
opinione diversa dalla propria, è stato piuttosto semplice: un piccolo
trucco nella linea guida ereditata dai precedenti governi per decenni,
cioè di sostituire “Tre principi sull’esportazione delle armi” con “Tre
principi su trasferimento degli equipaggiamenti e tecnologia di difesa”,
senza, però, dimenticare di modificare per bene il contenuto. E’ stato
così eliminato ogni limite sui destinatari, comprese le zone dove un
conflitto è in corso.
Dopo di ché l’ostacolo, considerato il più grosso da tutti i suoi
predecessori, è stato superato (più precisamente aggirato) il primo
luglio, quando ha decretato un cambio di “interpretazione” della
Costituzione: ora, il Giappone può mandare i suoi soldati a combattere
in ogni angolo del Pianeta dove i suoi alleati (cioè gli Stati Uniti)
hanno bisogno di rinforzi.
Naturalmente, metterlo in pratica sarà molto meno semplice. Occorre
riformare una serie di leggi, cambiare le regole di molte strutture a
cominciare dall’esercito di auto-difesa. Ad esempio, i soldati
giapponesi non possono partecipare a nessuna azione di uccidere, almeno
per ora. Dicono che, se verrà modificato questo termine del contratto,
molti potrebbero abbandonare la divisa. Allora, occorrerà ripristinare
la leva, prevedono i politici anziani. E il braccio destro di Abe
auspica perfino il patibolo per i disertori.
Forse stentate a crederci, a ridere sopra? Magari potessimo anche noi scherzarci.
Ma, vari sondaggi d’opinione pubblica ci riferiscono una grande
preoccupazione dei giovani e le manifestazioni di protesta sono ormai
quotidiane in varie città dell’arcipelago.
Neanche i morti di Hiroshima potranno più riposare in pace.
Ecco perché temiamo seriamente che il Giappone possa influire sulla lancetta dell’orologio dell’apocalisse.
Con tutte le tecnologie avanzate e il popolo disciplinato, sarebbe capace di spostarla .
Più avanti o più indietro non è ancora stato detto, però. Dipenderà
molto dai cittadini, dai giovani in particolare, e della loro capacità
di unirsi, allearsi con i cittadini di altri paesi, nell’Asia e altrove.
6 agosto 2014
© Yukari Saito
per Centro di
documentazione
Semi sotto la neve